L’arte di narrare

Venerdì pomeriggio.

Entro in libreria con la sicurezza di trovare ciò che vado cercando, in compagnia – anche – della felicità di poter rovistare finalmente tra quegli scaffali; dopo essere passata da quelle parti il martedì e aver trovato la porta chiusa per ferie.

Oltrepasso l’ingresso con il naso all’insù, fiduciosa che – miopia a parte – riuscirò subito a focalizzarmi con lo sguardo sull’indicazione del mio settore di interesse.

Niente da fare.

Narrativa. Libri in lingua. Storici. Attualità. Sport.

Potrei continuare a girovagare con gli occhi all’infinito, ma… nulla che possa essermi d’aiuto.

Cosa andavo cercando? Vi domanderete, ora.

Un libro che, anche se in questo Post non posso parlarvene, per ovvie ragioni, è una recente (e sorprendente) comparsa nella mia lista: “letture da fare”.

Siete degli appassionati di poesia?

Io… mi ci sto scoprendo. Sinceramente, sinceramente, sinceramente e… inaspettatamente. Senza avanzare troppe pretese; comunque. Alle volte, con un libro di poesia in mano, mi sento ancora un pesce fuor d’acqua. Confesso.

Altrimenti detto, ancora convinta di poter concludere con una vittoria la mia caccia al tesoro, con alcuni pensieri vagabondi mi stavo già immaginando comodamente sistemata sul divano, al fresco di una finestra aperta, e già stavo provando a cercare le parole che – poi – mi sarebbero potute tornare utili per parlarne da queste parti; nell’Oblò.

Ok… ok… decisamente prematuro, da parte mia. Mi tocca ammettere anche questo!

Per quanto io abbia spulciato e rispulciato lo scaffale e nonostante sia venuto in mio aiuto anche un commesso, con una veloce ricerca al computer… il libro di poesia non c’è. È da ordinare.

Non lo ordino all’istante, trattandosi di una libreria non proprio vicinissima a casa, ma… mi riprometto di farlo al più presto; prima che la settimana finisca. Non in tempo per l’OblòPost del lunedì; comunque.

Fatico ad accettare l’amarezza, che mi piomba addosso in meno di un secondo, ma… sarebbe inutile continuare a rammaricarsi.

Se non posso scrivere del libro di poesia, potrò scrivere di altro. Ma… di che cosa?

Ero più che sicura che non sarei riuscita a trovare la risposta al mio dilemma proprio in quel momento, come – anche – che mi toccava dar ragione ad un altro pensiero.

Dei tanti che la mia mente continuava ad offrirmi, alcuni senza il mio permesso, questo appena formulato era il pensiero più consolatorio che possa capitarmi… ecco.

“Elisa! (Quando la mia mente vuole farsi ascoltare mi chiama per nome, in quel modo un po’ militaresco che non ammette repliche). Non puoi aver fatto la strada per raggiungere questa libreria e… uscire di qui a mani vuote”.

Nossignore!!! Quando il mio Amico Neurone ha ragione… ha ragione. Punto.

Insomma… a parte il fatto che non sarebbe proprio da me andarmene, senza avere acquistato almeno un libro. Sono certa che neanche un lettore dell’ultima ora, o uno di quelli entrati lì giusto per rinfrescarsi un po’ con l’aria condizionata; lo farebbe.

Detto questo…

È bastato che girassi l’ angolo della scaffalatura, per rimanere senza fiato.

Ma, guarda tu il caso!

Non sapevo che i libri di poesia fossero dietro a quelli per aspiranti scrittori e… viceversa.

Quando anche solo vagamente sento odore di materiale del genere… Beh! Vi lascio immaginare…

Con gli occhi praticamente così 😍… non riesco ad esimermi dallo spulciare anche tutti quei dorsi esposti.

Dopo una serie di “Già letto! Già letto! Già letto!” (non chissà che, ma… di cui – me ne rendo conto – non posso proprio lamentarmi), vengo catturata dal blu della copertina di uno dei libri esposti in piano.

Ecco!

Questo… è ancora da leggere.

Non sfoglio le pagine, perché sento di non averne il bisogno.

Mentre il retro di copertina, attraverso le parole di George Saunders, mi assicura che è quel genere di lettura che ogni aspirante scrittore dovrebbe fare… la descrizione, in quarta, mi racconta di come uno scrittore famoso abbia scelto di parlare del suo incanto per autori del calibro di Balzac, Flaubert, Babel’, Dreiser, Céline, Faulkner e altri. È l’occasione per vedere come un grande romanziere legge i romanzi altrui.

Spero non mi giudicherete male, ma… confesso di non aver letture di questo calibro, tra quelle già presenti nel mio bagaglio di conoscenze. Spero di avere il tempo giusto per rimediare e di ridimensionare presto la mancanza.

Nel tentativo di compiere almeno un primo, piccolo, minuscolo passo…

Eccomi qui! A parlarvi di “lui”.

Comincerò partendo dalla fine. Anche se, me ne rendo conto, è una modalità inusuale.

Nel suo analizzare “L’arte di narrare”, lo “Scrivere romanzi” e “La vita nell’arte”, con particolare riferimento alle sue esperienze personali, James Salter chiude così le sue 106 pagine di meraviglia narrativa:

[…] C’è un momento nella vita in cui ti rendi conto che tutto è sogno, e che soltanto le cose preservate dalla scrittura hanno qualche possibilità di essere reali. […]

106 pagine che, mi va di sottolinearlo, sono volate via con la stessa rapidità con cui i semi di un soffione si disperdono in aria, prima di sparire alla vista di chi, magari, li ha soffiati via come stesse soffiando una candelina; forse esprimendo un desiderio.

[…] Certi scrittori hanno la capacità di accostare le parole o di inanellarle in una sequenza che fiorisce nella mente del lettore, o di descrivere le cose talmente bene che al lettore sembrano simili, se non identiche, alla realtà. […]

Scrive, invece, parlando della necessità che deve avvertire uno scrittore, di fare vedere, sentire, odorare e tutto il resto; ciò di cui va narrando. Parola, dopo parola. Riga, dopo riga. Pagina, dopo pagina. Fino alla fine.

[…] Naturalmente non tutte le parole possono essere perfette. Non tutte le camere si affacciano sul fiume. Ci sono migliaia di parole ordinarie che compongono un libro, proprio come in un esercito ci sono molti soldati ordinari e pochi eroi. Però non dovrebbero esserci parole sbagliate o capaci di denigrare la frase e la pagina. Bisogna avere sensibilità per ciò che si sta scrivendo. Bisogna capire quando qualcosa non va. […]

Aggiunge, dunque. Specificando e rimarcando più volte di quanto sia fondamentale, per uno scrittore, la ricerca (e successiva padronanza) di un suo stile.

Salter ne ha da vendere; di stile.

In alcuni dei tanti momenti narrativi in cui delizia il lettore con parti di sé, ammette:

[…] Non so da dove venga l’urgenza di scrivere, non credo che sia innata, però arriva presto. Io non avevo il demone, come diceva di averlo Faulkner, o D. H. Lawrence; ci sono scrittori che non ce l’hanno e basta. In ogni caso il genio non si può definire. Il mio era semplicemente un desiderio. […]

Ebbene… nemmeno io ho una risposta. (Sì! Ho provato a cercarne una). In compenso, però, so cos’è che mi ha spinto a divorare le pagine; da lettrice. Una ad una, senza sentirmi mai sazia.

Non l’OblòPost (anche se… eccolo qui!), non la fretta di aggiungere anche questo piccolo volume in cima alla mia pila dei “Già letti!” (mai più alta dei “Da Leggere!”) e non per…

Beh! Non per qualunque dei motivi che possano venirmi (o venivi) in mente. Solo… solamente…

Solamente per amore della perfezione. Che non è frequente, frequentissima, quanto dovrebbe essere; in oggetti immortali come i libri. Ma… esiste.

Salter (e la sua capacità di analisi della realtà, nonché la sua bravura di far trapelare la realtà dalle righe di qualche storia) ne è la prova.

Non ci si stanca di leggerlo.

Nella “pochezza” di 106 pagine, per quanto ricche, si arriva alla conclusione di volerne leggere ancora. E ancora. E ancora.

Nuovi centimetri, per la mia “pila più alta”.

Spero di aver incuriosito anche voi.

Alla prossima!

Un pensiero riguardo “L’arte di narrare

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