Il cuore impegnato

Le letture lasciate da una parte, per un po’. Carta e penna alla mano, torno a scrivere. Scrivo ascoltando parole che riecheggiano in testa, all’improvviso. Mi ricordo di lei. Dei suoi silenzi. Di quei suoi attimi di assenza. Di quel suo sguardo perso, oltre il finestrino.
Mi ricordo di quegli occhi tristi, che non sono riuscita a spiegarmi. Di quell’anello, comparso all’improvviso, ad indicare un cuore impegnato.
Ho provato a scrivere, ispirandomi a lei. Ho provato a raccontare una storia breve, ispirandomi a lei. Non è stato sempre facile, ma… ne è valsa la pena.

 

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Silenziosa.

Lo sguardo perso, al di là del finestrino. Oltre anche quell’Irlanda, che avrebbero dovuto visitare insieme. Le dita, distratte, a giocherellare con la collana di perle ricevuta in regalo per l’ultimo compleanno.

Forse stonava con il contesto. Ma, quando c’era stato da decidere se lasciarla a casa, non ce l’aveva fatta a separarsene.

Nonostante fosse un vizio di famiglia, quello di non portare troppo in giro oggetti preziosi; per paura di perderli. Nonostante sua madre l’avesse tirata su con il timore insistente di poter finire vittima di uno scippo, da un momento all’altro. Uno dei tanti tic mentali ereditati, suo malgrado.

Come se tenere tutto chiuso in un cassetto potesse essere garanzia reale di riuscire a mantenere ogni cosa al suo posto, al sicuro, sotto controllo.

Sapeva bene che non era così. Fosse stato vero, altrimenti, non avrebbe esitato a farsi costruire da qualcuno un cassetto a misura d’uomo.

Era stata quella sensazione insolita alla bocca dello stomaco, a convincerla di non poter tacere e a provare – in qualche modo – a trattenerlo in casa con sé.

Eppure, Luigi non aveva voluto sentire ragioni. Non perché tenesse al mercoledì di briscola e tresette con gli amici, più di quanto tenesse a lei. Più che altro per il tedio che provava ogni volta che sentiva tirare in ballo quella bocca dello stomaco chiacchierona e per la consapevolezza, conseguente e a cui riteneva di dover essere grato, che sarebbero bastate alcune delle gocce che Fiorella si era abituata a prendere tutte le sere prima di andare a dormire, a quell’ora vicinissima alla cena, che a Luigi non sarebbe mai riuscito di considerare buona e giusta per il sonno, per fugare ogni timore e farla tacere.

“Sarò di ritorno per mezzanotte; mezzanotte e mezza al massimo”. In realtà le stava dicendo che, come sempre accadeva per quei mercoledì dedicati alle carte, a un certo punto si sarebbe dimenticato dell’orologio, avrebbe fatto finta di non vedere quello appeso al muro del bar e si sarebbe presto dimenticato di quanto il tempo, talvolta, possa passare svelto.

Le stava confermando, in maniera muta, ma chiarissima, che contava di trovarla talmente addormentata, al suo rientro a casa, da non doversi giustificare del fatto che sarebbero state le una, le due; o giù di lì.

Alle volte a Fiorella capitava di rimpiangere i tempi passati, prima ancora di riuscire ad andare in pensione, quando era soprattutto l’interesse per il calcio a tenere lontano da casa suo marito.

Almeno novanta minuti rimanevano sempre novanta minuti e, se anche ci fosse stato il bisogno di dover recuperare qualcosa, era sicuramente più semplice stabilire il momento in cui avrebbe potuto averlo di nuovo accanto a sé, sotto le coperte che – spesso e volentieri – li custodivano nel sonno, abbracciati l’un l’altro.

Aveva provato a capire il perché di quel cambio d’interesse strambo, insolito e repentino. Ma Luigi si era limitato a liquidare il discorso con un secco: “Il calcio mi ha stufato”. Inutile provare a parlarne ancora.

Eppure.

Eppure, avesse giocato il Milan quella sera e fosse uscito di casa con addosso la t-shirt a righe e la sciarpa acquistata in una delle rare trasferte cui aveva scelto di prendere parte di persona, a quell’ora sarebbero stati in viaggio insieme. Magari, in quel momento, sarebbe stato seduto accanto a lei. Scomodissimo, perché odiava dover viaggiare in pullman. Addormentato, nella speranza di non avvertire troppo il fastidio basso alla schiena. Con le dita della mano intrecciate alle sue. Perché, nonostante i diversi interessi serali che lo portavano lontano da lei, era sempre stato un marito premuroso, presente e innamorato.

“Sei il regalo più grande che la vita m’abbia mai fatto!”. Le diceva ogni giorno, dopo la prima tazzina di caffè. 

Sentendo il suono di quella voce tra i pensieri, Fiorella non riuscì a evitare che una lacrima arrivasse a morirle sulle labbra struccate.

Aveva smesso di indossare il rossetto. Era un vezzo della sua femminilità che non le interessava più, da quando non c’era più Luigi a rubarglielo con i suoi baci. Da quando anche avere sempre un fazzolettino a portata di mano non era diventato altro che un bisogno, per quegli attimi inevitabili – sempre troppo lunghi e mai meno intensi – in cui il dolore tornava a rapirla e a farla sentire viva, in un modo in cui non avrebbe voluto.

Sarebbe dovuto essere un viaggio di spensieratezza. Non perché ci fosse qualche anniversario importante da celebrare. Non per il gusto di dire ‘ci siamo stati!’. 

Sarebbe dovuto essere un viaggio per allontanarsi un po’ dalla quotidianità e andare alla scoperta di quei luoghi che, spesso, si erano ritrovati ad ammirare in televisione, con le bocche spalancate per lo stupore.

Semmai il concetto di ‘paradiso in terra’ fosse stato inventato per riferirsi a qualcosa di reale, Fiorella non avrebbe faticato a credere che potesse trattarsi di un posto come quello lì.

Aveva una guida con sé. Una delle tre che avevano acquistato, in un pomeriggio di giri tra gli scaffali della libreria, con l’intenzione di scegliere – poi – quella che sarebbe stato meglio portarsi dietro. 

Aveva anche uno di quei cellulari di ultimissima generazione. Il suo primissimo, che era riuscito – finalmente – a mandare in pensione il suo obsoleto.

Di sicuro non lo aveva scelto per la comodità di avere internet sempre a disposizione, così che anche quella guida pesante sarebbe potuta rimanere sullo scaffale dove era; volendo. No. Di quell’aggeggio infernale, di cui doveva ammettere di riuscire a capire a malapena i meccanismi basilari, amava più che altro l’idea della fotocamera sempre in tasca.

Era stato per questo che era riuscita a non sbuffare, quando alla cassa del negozio la cassiera aveva chiesto ad alta voce trecento euro e lei aveva sottratto le banconote dal portafogli, senza fare un frizzo.

Quella vacanza era stato il pretesto per portare via anche la carta di credito, adesso che ci pensava.

 Sì. Luigi sarebbe stato orgoglioso di lei, ne era certa. 

Per tutti quei piccoli, grandi passi in avanti che si era sforzata di compiere comunque. Per il semplice fatto di essere riuscita a partire, a prendere l’aereo da sola e ad atterrare in Irlanda, senza lasciarsi convincere dagli sproloqui – sempre molto attrattivi, bisognava dirlo – della bocca dello stomaco chiacchierona.

“Eccoci arrivati a Claddagh, per la nostra sosta pranzo”.

La voce della guida era meno simpatica di quanto le sue orecchie si aspettassero e Fiorella era più che certa che, nonostante i quindici giorni insieme, nemmeno sul finire del viaggio sarebbe riuscita a farsela piacere un po’ di più, ma si sforzò comunque di prestare attenzione.

“In questa specie di tavola calda potrete gustare uno dei migliori fish and chips della zona e, successivamente, se vorrete, potremo tutti svagarci un po’ all’interno del negozio di souvenir; prima di riprendere il pullman per raggiungere l’albergo che ci ospiterà questa sera”.

Fiorella non era mai stata un’amante del pesce. Nonostante Luigi lo adorasse e benché, proprio per questa ragione, le avesse provate veramente di tutti i colori, per riuscire a farla andare d’accordo almeno con una banale insalata di gamberi. Niente da fare.

Si era ripromessa che si sarebbe comunque sforzata di assaggiare tutto ciò che avrebbe incontrato, di tipico, in quei posti. Ma… del pesce fritto servito con delle patatine può per davvero essere considerato tale?

Scrollò la testa, senza accorgersi di essere osservata.

“Va tutto bene, Fiorella? C’è qualcosa che non la convince del nostro programma?”.

Sì. Anche se preoccupata per lei, la voce di quella guida continuava a non manifestare la minima sfumatura simpatica.

Ciò nonostante, Fiorella si sforzò di rispondere in maniera cordiale e almeno un minimo sorridente: “Abbastanza ok, diciamo. Mi chiedevo se fosse possibile saltare la pausa pranzo e concentrarsi esclusivamente sul giro dei negozi. Vedo che ce n’è più di uno, dopotutto”.

Certo era consapevole anche del fatto che avrebbe significato pranzare con uno dei miseri sacchetti di frutta secca che si era portata da casa o che, proprio per non voler far brontolare lo stomaco, al limite avrebbe potuto sostituire il suo fish and chips con un sandwich. Chi l’avrebbe mai detto, che in Irlanda avrebbe cominciato a sentire la mancanza di un panino con il prosciutto!

“Beh… l’importante è essere di nuovo qui per le quindici. Perciò… sì! Nessun problema”.

Fiorella si sentì appoggiare una mano sulla spalla e si costrinse a rimanere immobile, mentre la guida domandava a tutti: “Qualcuno vuol fare come la signora e dare maggiore spazio allo shopping?”. Nessuno alzò la mano.

“Bene. Mi unirò un po’ io a lei, se non le dispiace”.

Le dispiaceva, in realtà. Ma quale motivazione avrebbe potuto dare, per il suo bisogno di solitudine?

Fiorella continuò a dispiacersi di non poter girovagare, completamente sola, fino a che – in due – oltrepassarono la soglia del primo negozietto.

“Questo è un posto dove mi piace portare i visitatori, sa?”.

Dato l’aspetto prevalentemente commerciale, con centinaia di oggetti stipati sugli scaffali, identici agli altri che avevano già avuto modo di conoscere in altre botteghe locali, Fiorella non avrebbe saputo trovare una ragione.

Nonostante la curiosità, però, non lo chiese. Era più che sicura che una spiegazione non sarebbe tardata ad arrivare e, infatti, la giuda si affrettò a precisare: “È un posto speciale, perché qui vendono il famoso anello di Claddagh. Ne ha mai sentito parlare?”.

Fiorella dovette ammettere di no, con un movimento rapido della testa.

“Non ha visto in giro quel simbolo formato da un cuore, una corona e due mani a sorreggere tutto?”.

Stavolta riuscì a rispondere di sì. Ma… era tanto grave se non si era preoccupata di domandarsi cosa fosse? Doveva riconoscere di essere rimasta maggiormente colpita dall’orsetto Paddy, dal suo cilindro verde e da quel trifoglio stretto tra le zampe, a voler essere un dono di buon auspicio.

“L’anello di Claddagh è l’anello di fidanzamento irlandese. Deve il suo nome proprio al villaggio in cui ci troviamo e, secondo una delle tante leggende che lo riguardano, nasce dalle mani di un giovane irlandese che, imparata l’arte orafa durante i suoi anni di prigionia, appena venne liberato ed ebbe l’occasione di tornare nelle sue terre, forgiò l’anello per quella fanciulla innamorata, che era rimasta ad aspettarlo”.

Fiorella rimase in silenzio, mentre il suo accompagnatore riprendeva fiato.

“Due mani a simboleggiare l’amicizia; dunque. La corona a significare la loro lealtà e il cuore, come simbolo del loro amore eterno. I due si sposarono subito e non si lasciarono più”.  Lo sentì aggiungere, poi.

Doveva ammettere che, a guardarlo bene, quell’anello aveva per davvero qualcosa di speciale.

“Vorrebbe provarne uno?”.

La vetrinetta era chiusa a chiave e Fiorella immaginava fosse soprattutto per proteggere le versioni in oro che, in alcuni casi, brillavano anche della purezza di piccoli diamanti.

“Non so se il suo cuore sia impegnato, o meno. Qualunque sia la sua condizione, l’anello ha un suo modo preciso di essere indossato”.

La ragazza dietro il bancone arrivò accanto a loro con una piccola chiave e, appena preso tra le dita uno degli esemplari in argento che l’aveva colpita di più, Fiorella attese di ricevere istruzioni.

“È la punta del cuore a fare la differenza. Semmai questa dovesse puntare alle dita della mano destra, allora la persona che indossa il Claddagh sta dichiarando in maniera silenziosa di essere ben disposta verso nuove conoscenze. Qualora, invece, la punta del cuore dovesse essere rivolta verso il polso destro, il cuore di chi indossa l’anello non è un cuore libero da legami. Si passa alla mano sinistra per simboleggiare un fidanzamento ufficiale, se la punta è rivolta verso le dita, o un matrimonio… nell’altro caso”.

Fiorella allungò il suo anulare sinistro e, con decisione, rivolse la punta di quel piccolo cuore d’argento verso il suo polso.

“Ha deciso per questo?”. La ragazza del negozio la stupì con un italiano davvero perfetto.

Risposto nuovamente di sì con la testa, si sbrigò a raggiungere la cassa per poter pagare.

“Suo marito è un uomo fortunato. Ha una bellissima donna innamorata al suo fianco”.

La bocca dello stomaco avrebbe voluto urlare, potendo. Ma, davanti a quello che voleva essere per davvero solo un complimento, Fiorella si limitò ad abbozzare un sorriso.

Fu quando la guida provò a domandarle perché mai suo marito non fosse lì in Irlanda insieme a lei, che non riuscì a trattenere oltre le lacrime.

“Il mio Luigi è morto in un incidente d’auto. Per colpa di un motociclista svitato che, non si sa come, è riuscito a salvarsi”.

La mente di Fiorella si riempì del ricordo degli articoli di giornali che aveva letto e riletto e riletto per giorni. Faticando, ogni volta, a credere che potesse essere vero.

Se solo quella strada fosse stata più larga. Se solo la macchina fosse riuscita ad evitare il salto. Se solo…

“Quel giorno sono morta anche io, pure se in un modo diverso dal suo”.

Accarezzò quel Claddagh, che aveva preso il posto della fede che aveva voluto lasciargli nella tasca della giacca.

Un cuore impegnato. Quel ‘per sempre’ che non sarebbe mai riuscita a togliersi di dosso. Quel tempo ancora davanti a lei, che sembrava solo e solamente una lunga attesa.

Stava aspettando di poter essere di nuovo tra le sue braccia.

Scoppiò in un pianto a dirotto.

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