Julia Elle: Disperata & Felice

La prima cosa che dirò, in riferimento al libro appena terminato, è: “L’ho letto d’un fiato”.

Non è stato uno di quei momenti in cui si perde la cognizione del tempo e si arriva da un punto all’altro della giornata, senza neppure sapere in che modo ci si è arrivati. Non proprio, almeno.

Erano le sette della sera quando ho preso in mano il libro, con la convinzione di leggerne giusto qualche pagina. Si erano già fatte le otto e trenta quando mi sono alzata dal divano, per occuparmi della cena. Sono arrivata alle undici meno un quarto quando, con stupore enorme (tanto enorme, da non bastare la larghezza delle mie braccia spalancate per descriverlo), ho girato l’ultima pagina e ho richiuso sopra di essa la copertina; per non riaprirlo più.

Da quanto tempo non mi capitava più una cosa del genere? Non saprei dirlo.

È stata la lettura che mi aspettavo che fosse? Non esattamente. Proprio per questo, però, ho apprezzato ancora di più il fatto di non essere riuscita a staccarmi.

Solo una storia scritta bene può essere insieme ciò che non ti aspetti e ciò che ti impedisce di cedere al sonno; in un normalissimo giorno lavorativo.

Avevo idea che il racconto non avrebbe assecondato completamente le mie aspettative? Vi dirò… forse; sì. Forse… sì!

Ho girato intorno all’acquisto per giorni interi, sebbene non siano mancate le tentazioni.

In un’occasione sono riuscita persino a ritrovarmi a tu per tu con l’ultima copia rimasta sullo scaffale e a non cedere all’impulso di comprare, attaccandomi al fatto di aver visto (con la mia super vista da miope; si sa!) un piccolissimo, minuscolissimo, praticamente inesistente… graffio.

Ok. Forse è un tantino esagerato. Non voglio dire: da maniaci del controllo (non lo sono…no. Proprio, no!); eppure… ha funzionato.

Ero praticamente certa che, ormai, si trattasse di un pericolo scampato. Sicurissima che il piano del mio comodino avrebbe potuto tirare un deciso sospiro di sollievo perché – No! – non avrei aggiunto altro peso addosso a quello che è già costretto a sopportare. Invece…

Mi sbagliavo. Strano (come, no!), ma vero, mi sono sbagliata.

Quanto meno, m sono sbagliata pensando che sarei riuscita a non farlo finire tra i miei libri. Perché, di fatto, il comodino non ha nemmeno avuto il piacere di vederlo uscire dalla busta.

380 parole già scritte. Immagino sarete curiosi di sapere il titolo di questa lettura; a questo punto.

Il sottotitolo recita: “Diario segreto di una mamma”.

Vi dice nulla?

Per quel che mi riguarda, per un certo periodo di tempo queste cinque parole sono riuscite a suggerirmi l’idea che il libro non fosse da annoverare tra quelli adatti a me. Anche se non ho particolari pregiudizi, in genere. E mi piace spaziare, senza star troppo dietro alle regole.

Certo è che di solito sto attenta a non concentrarmi su horror e thriller, per quanto possano essere ben scritti, o di chiara fama. Odio l’idea di dover fare a botte con gli incubi e il conseguente privarmi di un sonno tranquillo e ristoratore. Amanti (o scrittori) dei generi, non me ne vogliate. Posso assicurarvi di averci provato. Nulla da fare.

Per quei pochi incontri in libreria in cui l’ho visto in lontananza, sono riuscita a riconoscerlo, ma non ho sentito il bisogno di approfondire la conoscenza, una vocina piccina, piccina, picciò ha continuato a ripetermi che: un “Diario segreto di una mamma” può essere un acquisto inevitabile solo se sei già mamma, se stai per diventarlo o se il libro ti fa venire in mente qualcuno cui poterlo regalare.

Nisba.

Ancora oggi non saprei dire perché, alla fine, io l’abbia letto. Non formulando una risposta che non somigli a un loop infinito di parole senza senso.

È stato facile, però, imbattersi in lui al supermercato e farlo finire nel carrello, insieme al resto della spesa.

Alla fine dei conti… pagato anche il conto… si potrebbe dire che è stato un incontro speciale. Di quelli che si ricordano per sempre e che, trattandosi di un libro, magari mi convinceranno a rispolverarlo più avanti; semmai il futuro vorrà regalarmi l’occasione giusta per farlo.

Non vi ho ancora fatto vedere la copertina, vero? Perdonate la distrazione… eccola qui.

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Averlo letto d’un fiato mi permette di rassicurare chi di voi se lo starà domandando: non è un manuale per aspiranti “Mamme perfette” (ammesso che possa esistere un libro del genere). Decisamente, non va acquistato con l’idea di trovare chissà quale formula magica per avere a che fare con i propri figli e, ancora no, la scrittrice non è una Mary Poppins in chiave moderna.

“Niente mi ha cambiato come mi hanno cambiato i miei bambini. Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora, adesso, vorrei dirle io! Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Tanta. Ma anche che ne vale la pena. Sempre”.

Con il giusto mix di ironia e serietà, Julia Elle racconta di come la sua vita è passata da una valigia pronta e il sogno di un biglietto aereo di sola andata per Londra a… un test positivo, nausee, ore di sonno contate, un vestito di Elsa e un dinosauro (appoggiati sopra la valigia, rimasta pronta in un angolo).

Nel descrivere le fasi vissute, dal momento in cui ha scoperto di essere incinta di Chloe, a 24 anni, a quello in cui – mamma anche di Chris, a 29 – si è ritrovata a dover affrontare la separazione dal compagno, Julia racconta dei suoi passi in avanti, ma non nasconde le difficoltà e i crucci inevitabili, quando si è una mamma alle prime armi. Parla a cuore aperto delle paure che l’hanno condizionata e di come non sia sempre vero che, pur lavorando da casa e facendo il lavoro che ami, allora la vita è più semplice e spensierata.

Julia racconta di quelle ore del mattino presto, che non conosceva (insieme ai pensionati che, nonostante la fortuna di poter dormire, si alzano di buon ora comunque). Delle tate che ci sono, ma che potrebbero anche fregarsene di un improvviso cambio di programma. Della necessità di essere organizzati al massimo, che potrebbe comunque non bastare.

Non hai il tempo per uno shampoo, sotto la doccia? C’è quello secco.

Non sopporti più l’idea di una scarpa col tacco? Benvenute, scarpe da tennis.

Julia racconta anche della sua lotta con l’amore. Perché non è stato facile accettare il fatto di aver immaginato qualcosa. Di aver idealizzato qualcuno. Di aver ingigantito qualcos’altro.

All’inizio è stata felicità pura. Le righe parlano di una perfezione che è il sogno di ogni donna.

Poche pagine, però, ed ecco crollare il castello di carta.

La scelta può essere solo una. La scelta È solo una. Una scelta coraggiosa, nonostante tutto.

Nelle sue ultime pagine Julia parla ancora di sé, ma anche delle altre mamme.

Di quelle conosciute in questo meraviglioso viaggio non programmato e di quelle che non conoscerà, magari, ma che – immagina – riusciranno a rispecchiarsi comunque nella descrizione.

“Siamo adorabili, tutte. Insopportabili, anche. Non si può giudicare una mamma. Questa dovrebbe essere l’unica regola nel nostro mondo fatto di sociale e connessioni. Tutte pronte, sempre, a puntare il dito, ma la grande e unica verità è che cerchiamo solo di fare il nostro meglio”.

Nient’altro d’aggiungere.

Alla prossima!

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