“La felicità di Emma” di Claudia Schreiber

“Aveva sempre affrontato ogni cosa da sola, superato da sola ogni burrasca. Non aveva mai potuto confidarsi, delegare, lasciar fare a qualcun altro. Qualunque cosa accadesse, erano sempre e solo affari suoi”.

Non è l’incipit del libro, ma sono queste le parole che – più di altre – descrivono la protagonista della storia.

Emma. Trenta anni. Un passato doloroso da sopportare e impossibile da ignorare. Un’infanzia traumatica, madre di ricordi indelebili; in grado di torturarla ancora nel presente. È una solitudine profonda, la sua. Annullata solo dal contatto con i suoi maiali, che coccola fino al momento di condurli al macello, e dagli altri animali (gallo e galline) che, con lei, condividono gli spazi di quella fattoria che: “prima della caduta del muro stava al confine di nessun posto, dopo la svolta si ritrovò nel cuore della Germania”.

Un giardino perfetto. Gli interni della casa lerci e in disordine.

Il posto è proprio ciò che Max non avrebbe mai e poi mai potuto accettare. Non fosse stato per il fatto di aver appena scoperto di stare per morire, di aver derubato il suo migliore amico di cinquantamila dollari e una Ferrari da taroccare (frutto entrambi di un’operazione poco limpida, collegata all’attività lecita di rivenditore di automobili) e di aver finalmente assunto la consapevolezza di aver trascorso i suoi quarant’anni non vivendo.

“Max era solo. Nessuna donna si era mai appoggiata sul suo petto, nessun bambino gli si era mai seduto in grembo. Max non aveva osato. E se poi un giorno lei l’avesse lasciato? Se gli avesse portato via il bambino? E così era rimasto tranquillo e rigido, seduto da bravo e da stupido al suo posto, per tutta la vita – solo. E adesso era finito. Rotto”.

Sarebbe dovuto scappare per volare in Messico e attendere lì la sua fine, ma la furia dei cavalli di quella Ferrari e una pioggia che aveva deciso di cadere fitta proprio in quel momento, hanno fatto finire lui, i soldi, l’auto e i suoi propositi… dritti, dritti nel giardino di Emma.

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“Lo schianto dell’auto strappò Emma dal sonno. Andò alla finestra e vide dei fari scintillare in fondo alla scarpata, sotto la pioggia battente”.

Lei, che – da che aveva memoria – ogni sera, prima di coricarsi, pregava Dio di farla “ricca, o felice”.

Sembrava impossibile, eppure un uomo e dei soldi erano piovuti dal cielo; insieme a tanta acqua.

Sebbene non abituata ad una convivenza e non del tutto consapevole di ciò che avrebbe potuto significare nascondere l’uomo, i soldi e far sparire l’ammasso di lamiere che rimaneva della Ferrari, Emma non aveva dubbi: se li sarebbe tenuti a tutti i costi.

Henner il poliziotto, lo stesso che continuava a chiederla in moglie e che, nonostante la sciatteria della ragazza, non disdegnava farla sua di tanto, in tanto, era stato chiaro: “Hai tre mesi di tempo. Entro allora devi aver sloggiato. Gli animali devono restare qui, verranno messi all’asta insieme all’immobile. Hai una sporta di debiti”.

No. Assolutamente, no. Non poteva chiamare le autorità, risolverla in maniera civile e… perdere tutto. Le era piombata addosso una fortuna. Ne avrebbe approfittato.

Gli inizi sono difficili, ma Emma ha il cuore gentile e Max non fatica a riconoscerlo. È con lei che scopre ciò che nemmeno lontanamente sospettava, sul mondo dei maiali, della macellazione e non solo.

Max si rende conto presto di essere riuscito a vivere di più e più intensamente in quel “mondo non mondo”, che è la realtà di Emma, che in tutta la sua vita da ragazzo composto.

È felice. Forse per la prima volta. Anche se sa di dover morire, pensa di aver trovato il suo posto.

Certo è ricercato da Hans, l’amico derubato che non può denunciarlo, per il semplice fatto di non sapere come giustificare – altrimenti – il possesso dei dollari e la Ferrari.

Hans non molla l’osso, però, e lo scova.

Non si imbatte proprio in Max, a dire il vero. Ma trova la fattoria ed… Emma.

Anche se lei riesce a metterlo fuori gioco per un po’, Hans fa presto a capire che i soldi sono in mano sua adesso.

È comunque l’inizio di un giro di conversazioni e di intuizioni sorprendenti, che porteranno – poi – a un finale degno di… essere letto.

Inaspettato. Posso dire solo questo mentre, approssimandomi alla fine di questo post, mi accingo a parlarvi della fine della storia.

Claudia Schreiber riesce a tenere per mano il lettore, pagina dopo pagina, percorrendo le strade di un romanzo che non è mai scontato, mai banale. Non c’è la possibilità, neppure minima, che l’immaginazione di chi si ritrova a tenere il libro in mano riesca ad anticipare qualcosa. È una lettura scorrevole, seppure a tratti densa di dettagli crudi, che riesce a toccare l’anima nel profondo e a lasciare il segno.

“Delicato, surreale, commovente, a tratti triste e a tratti rabbiosamente comico. Questo romanzo ci consegna un’indimenticabile storia d’amore e di incontro tra i destini”. Sono le parole in quarta di copertina.

D’accordissimo. Come anche mi ritrovo a dover dare piena ragione a Marie Claire: “Un inno alla vita che rinasce e all’amore, che è una questione vitale”.

L’amore vitale. La ricerca dello stesso, imprescindibile. Il bisogno di vivere la vita.

Emma. Max. La consapevolezza che, per quanto difficile, duro e brutale, ogni giorno meriti di essere vissuto nel suo massimo.

L’invito a vivere intensamente. Per non arrivare alla fine, guardando a ciò che si sarebbe potuti essere e non si è stati.

In secondo piano, ma non troppo, il libro vuole essere anche un inno all’amicizia. Quella vera; con la A maiuscola. Quella che, all’occorrenza, sa anche agire come in pochissimi capirebbero. Quella che sa proteggere, tutelare e… “fare finta che”. Quella che in pochi hanno la fortuna di trovare, ma che esiste. Proprio come l’amore. Proprio come la felicità.

Emma ne sa qualcosa.

Conosco attraverso questa lettura la penna della Schreiber. Perdutamente innamorata, cerco altro di suo. C’è “Dolce come le amarene”; ancora tutto da scoprire.

Alla prossima!

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