“Il rubino intenso dei segreti” di Viviana Picchiarelli

432 pagine. Una lunga passeggiata tra i filari della “Tenuta del Grappolo”. Tanti momenti, di altrettante giornate, trascorsi insieme ai membri della famiglia Capotosti. A ragionare insieme, su sentimenti difficili da gestire. Su questioni inaspettate, ma necessariamente da affrontare. Su segreti che – per dirla con le parole del titolo e con una frase del libro – hanno saputo essere “robusti, come il rubino intenso dei loro vini”; fino alla fine.

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Un romanzo lungo, ma sorprendentemente scorrevole. Una narrazione fluida, seppur ricchissima di particolari. Un modo di raccontare in grado di coinvolgere il lettore in tutto e per tutto, con la freschezza che – pure in un intreccio complesso di storie, di emozioni e di vite – poche penne sanno mantenere.

C’è voluto un po’, ma sono arrivata all’ultimo punto. Di questa lettura, che non è stata l’unica a tenermi compagnia in questo periodo, e di un libro che, sebbene all’inizio mi avesse un po’ spaventata, per via della mole considerevole, è riuscito a sorprendermi in ogni pagina.

La bravura di Viviana Picchiarelli risiede in ogni riga.

Il suo “Il rubino intenso dei segreti” è riuscito a entrare nella lista di quei libri che, difficilmente, riuscirò a dimenticare.

Forse perché, pure nella finzione della narrazione, Viviana sa far vivere i personaggi.

A un certo punto pare inevitabile sentirsi addosso l’angoscia di Michele e quella di Greta che, amandosi, pure sapendosi cugini, provano a fare di tutto per allontanarsi, ma senza riuscirci.

Altrettanto inevitabile è sentire montare dentro la rabbia, quando la verità scalpita per venire a galla e – finalmente – ci riesce. Non senza dolore. Non senza sacrificio e, di sicuro, cambiando profondamente ogni singolo personaggio. Per arrivare, giustamente, ai momenti di quiete interiore e di pace.

Per una lettrice come me, che anela sempre ad un lieto fine, sono state le pagine migliori. Si arriva a capire quanto possa essere vera quella piccola, brevissima citazione di Jean Racine, che anticipa la storia e che recita: “Non ci sono segreti che il tempo non riveli”.

C’è voluto un po’ e non è mancata la necessità di chiarirsi. Chiarirsi e chiarirsi ancora.

Come spesso accade per le verità a lungo trattenute e per le bugie portate avanti per troppo tempo, i danni – all’inizio – sono stati inevitabili.

Nel raccontare le vicende dei Capotosti, Viviana mescola sapientemente questioni spinose e tematiche vive; dei giorni nostri.

Il romanzo racconta di Olivia, donna dal temperamento forte e dal carattere dispotico, che farà di tutto per portare avanti le sorti della tenuta. Come la rigidità che le hanno inculcato sin da piccola le impone.

La storia racconta soprattutto della sua impronta, indelebile addosso alle vite degli altri membri della famiglia.

Sarà una malattia a relegarla a letto, costretta a spegnersi lentamente, ormai ignara di quanto accade tutt’intorno, fino al giorno della sua morte.

“L’idea della donna con l’Alzheimer è nata da una fotografia vista su Facebook, dove un ragazzo trentenne, la notte di Capodanno, diceva di non voler uscire a divertirsi con gli amici, per rimanere accanto alla nonna malata”. Ha spiegato la Picchiarelli in un incontro con gli autori, tenutosi un po’ di tempo fa a Spello, nella bellissima cornice di Villa Fidelia.

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“La stava tenendo in braccio e mi ha colpito tantissimo la forza e la tenerezza di quello scatto”. Ha aggiunto, prima di specificare: “Il libro, però, affronta il tema della malattia anche in maniera un po’ provocatoria. Ponendo l’accento sul fatto che non sempre è vero che si può passare oltre a ciò che è stato; a come la persona malata si è comportata… prima di scoprirsi tale”.

Perché la malattia non annulla le malefatte e la morte, neppure. “Se si è stati di ghiaccio, poi non ci si può aspettare di essere riconosciuti buoni”.

La Picchiarelli sposta quindi il pensiero sugli altri personaggi. “È il figlio Enrico quello ad aver pagato più di tutti, per il veleno della madre Olivia. Nonostante questo – però – è anche quello a prendersene maggiore cura; in una specie di paradosso”.

Il romanzo è un romanzo corale. Tante vite e tanti personaggi che si alternano nello scorrere dei capitoli, in una struttura breve e ben studiata, per far sì che la narrazione non cali mai di tono e non perda il ritmo.

Il personaggio sfuggito di mano? “Forse Greta, che è quella ad assomigliarmi di più. Anche se scrivo in terza persona e non sento il bisogno di assumere il punto di vista dei miei personaggi, lei è quella ad avere preso qualcosa da me, per via della passione in comune per il mondo della danza. Per il resto, però, non parlo di me”.

Viviana conclude il suo intervento con un ringraziamento speciale ai lettori: “Scrivere è bellissimo. Essere letti è un privilegio. Il lettore che va in libreria viene attratto da qualcosa di un libro, ma… quando acquista, lo fa a scatola chiusa. Massimo rispetto per chiunque si confronti con le pagine e dedichi loro del tempo”.

Curioso ritrovare questo ringraziamento speciale anche nella dedica che, data l’occasione, non mi sono lasciata scappare.

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Alla prossima!

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