“Mio Nonno era un Ciliegio” di Angela Nanetti

Quelle letture non programmate. Quegli incontri casuali in libreria, di quando varchi la porta senza nemmeno avere idea di cosa cercare; di cosa voler portare a casa. Quei libri sconosciuti fino a un attimo prima, che sanno diventare subito buoni amici.

Scritto con una semplicità e con una maestria da lasciare senza fiato, ho incontrato “Mio Nonno era un Ciliegio”, di Angela Nanetti, in un giorno piovoso, non molto antecedente a questi giorni qui e… me ne sono innamorata.

Non immaginavo sarebbe potuta succedere una cosa del genere, fino a che i miei occhi sono caduti sulla sua copertina rossa.

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Data la brevissima descrizione sul retro e l’assenza di una quarta di copertina, mi sono soffermata davanti allo scaffale e ne ho letto un po’. Un nonno Ciliegio… buffa, come idea!

“Quando avevo quattro anni, avevo quattro nonni: due nonni di città e due nonni di campagna.

Quelli di città si chiamavano Luigi e Antonietta e assomigliavano spiccicati a tutta la gente di città. Quelli di campagna si chiamavano Ottaviano e Teodolinda e non assomigliavano a nessuno, nemmeno ai loro vicini di casa”

La storia comincia così. Ed è sempre attraverso la voce narrante del piccolo Tonino che ci si immerge con piacere nella sua vita e nei suoi ricordi di un’infanzia ricca di esperienze e felice. Soprattutto… felice.

Il bimbo non fa mistero della sua preferenza per i nonni di campagna e di come si diverta un mondo, tutte le volte che ha l’occasione di far loro visita.

“Questi nonni erano i genitori della mamma ed erano più simpatici degli altri due”.

La mamma di Tonino si chiama Felicità e deve questo nome al fatto che per nonna Teodolinda e per nonno Ottaviano è stato per niente facile avere un bambino.

Quando Ottaviano è riuscito a stringere la sua bimba tra le braccia, per la grandissima emozione si è persino ubriacato, poi… è andato nell’orto a piantare un ciliegio.

“Andò nell’orto, scavò una buca, la riempì di letame caldo e piantò l’albero; poi prese un temperino, lo arroventò e incise a fuoco un nome: FELICITA’. … secondo il nonno doveva essere anche il nome del ciliegio. Ma la nonna gli fece notare che era un nome poco adatto a un ciliegio; allora il nonno decise che lo avrebbe chiamato Felice, e così è stato”.

Felice è praticamente un membro della famiglia e, senza dubbio, un protagonista indiscusso e speciale dell’intera storia.

Lo è nel momento in cui nonno Ottaviano non vede l’ora di poter insegnare al nipotino ad arrampicarsi sui rami. Lo è negli scatti di famiglia. Lo è a Natale, quando il nonno lo addobba a festa con luci colorate.

“Questo succedeva quando la nonna stava ancora bene. Poi lei si ammalò e il nonno non fu più quello di prima”.

Attraverso le parole di Tonino il lettore è costretto ad affrontare quella prima perdita per un bambino e quel cambio di mondo, all’improvviso.

La Nanetti è bravissima e delicata in questi passaggi. Il suo modo di scrivere lascia percepire lo stravolgimento delle cose, ma senza appesantire il cuore.

Nonno Ottaviano è quello che, più di tutti, riuscirà ad aiutare Tonino a capire cosa significhi morire. A capire, più che altro, che: quando si vuole bene a qualcuno, questa persona non se ne va mai per davvero.

“La nonna Linda non si può vedere; ma non se n’è mica andata, sai? Ha detto che al suo posto lasciava Alfonsina e si è raccomandata di averne molta cura, come fosse lei”.

Alfonsina è l’oca di famiglia. Mentre i nonni di città sono uguali a tutte le persone di città e hanno un cane, i nonni di campagna hanno polli, galline e… un’oca.

Alfonsina diventerà presto una compagnia speciale per nonno Ottaviano che, ormai solo, non si decide però ad accettare l’idea di abbandonare la propria casa.

Tutte le volte che la figlia prova a proporlo è un secco no. Fino alla volta in cui Ottaviano trova coraggio e prova persino a fare una controproposta. Perché, invece di rimanere lui in città, non è Tonino a trasferirsi in campagna per un po’? Prima che gli obblighi scolastici arrivino e… tutto il resto.

“Caricammo sul furgoncino la mia valigetta, la cesta con Alfonsina e con le ochette e partimmo, mentre dalla finestra la mamma e i nonni si sbracciavano come se stessimo partendo per l’America”.

I ricordi di Tonino sono vivaci e in grado di regalare al lettore tanti sorrisi.

Il racconto scorre velocemente, pagina dopo pagina, lasciando trasparire l’importanza e la bellezza di un rapporto nonno-nipote davvero speciale.

La storia ha il profumo dell’amicizia sincera, che non viene meno neppure quando nonno Ottaviano si ritrova la testa e il cuore occupati da una grande preoccupazione e, proprio a causa di questa, si ritrova presto costretto a dover vivere in una casa di riposo.

Il Comune vorrebbe impossessarsi di un pezzo dell’orto dei nonni di campagna, per poter realizzare una strada. Il Ciliegio Felice è di troppo.

Tonino non è certo di riuscirci, ma è sicuro che farà di tutto per impedire che ciò avvenga. Mentre sua madre è sempre più nervosa e le chiacchierate presso gli uffici competenti sembrano non voler dare i frutti sperati. Mentre suo padre è spesso via per lavoro e il più delle volte rimane al di fuori di quelle questioni di famiglia.

Non è un periodo facile da attraversare, ma Tonino non è abituato a darsi per vinto.

Deve farlo per la nonna Linda che non c’è più, per nonno Ottaviano che l’ha coccolato a suon di zabaione fresco per quasi tutta l’estate, per Alfonsina – che non li ha mai persi di vista, insieme ai propri piccoli – e per Felice che, beatamente ignaro del trambusto tutto intorno e del pericolo incombente, è un ciliegio splendente e rigoglioso.

“Ci saranno stati cento metri al ciliegio e io non sapevo ancora cosa fare. Poi una ruspa si mosse e io… non so cosa mi successe, sentii come una spinta dietro di me. […] Ancora oggi non so spiegare come feci a salire così in fretta: forse fu Felice che si abbassò verso di me o il nonno che mi spinse”.

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Tonino riesce a bloccare i lavori, ma… per avere la certezza di essere riuscito a scongiurare anche il disastro, ha bisogno che il Sindaco gli faccia una promessa solenne.

“Dissi al Sindaco che prima mi doveva scrivere su un foglio che nessuno avrebbe fatto del male a Felice”.

Solo a garanzia ottenuta, Tonino torna di nuovo con i piedi per terra.

Torna a quella vita fatta di sicurezze ritrovate e di bei cambiamenti. A quel mondo dove… c’era ancora la casa in campagna, l’orto, Alfonsina con i suoi piccoli e con il compagno Oreste e… il ciliegio Felice.

“L’ho sognato una volta […] il ciliegio si scuoteva tutto e sembrava che ridesse”.

È vero, era solo un sogno; ma se gli alberi respirano, perché non dovrebbero anche ridere?

Alla prossima!

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