“Il tram di Natale” di Giosuè Calaciura

La Vigilia di Natale. Un Tram ancora in circolazione, in direzione del capolinea. Il buio, fuori, al di là di quelle luci che – a tratti – lo fanno somigliare ad una stella cometa. La sera che si appresta ad essere tarda, fregandosene della gente che sale e che scende, dei pensieri, delle emozioni, delle illusioni; delle speranze troppo spesso infrante.

È un tram illuminato, che viaggia per i binari di una periferia estrema, in quei luoghi miseri dove tutto è difficile, dove anche Dio sembra essere latitante. Sempre lo stesso tragitto. Sempre le stesse fermate. Il più delle volte, sempre la stessa gente.

Anche se l’autista non li osserva mai salire. Chiuso nella sua cabina di comando, preferisce immaginarli. Immaginare i volti, immaginare le storie. Immaginare e basta.

Si immagina anche fuori di lì. Lontano da quel tram. Lontano da quei percorsi obbligati. Invidia la libertà degli autobus.

Non sa, invece, che quel suo tram – almeno per quella notte – saprà trasformarsi in un tram speciale.

Il Tram di Natale 

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(in foto: il libro e una creazione in legno pirografato dell’artista Anna Bernasconi)

C’è un neonato sul fondo del vagone. Infagottato in una coperta annodata ad un sedile, perché i movimenti bruschi del tram non lo sbalzino in qua e in là.

È stato abbandonato lì, con ancora addosso i segni del suo venire al mondo, forse perché qualcuno scegliesse di prendersene cura.

Ma su quel tram non salgono persone in grado di farlo. Salgono povere persone, che hanno finito la giornata e che sono troppo stanche; anche solo per sbadigliare.

C’è la prostituta deportata dall’Africa, insieme al suo cliente disgraziato.

Hanno un fagotto con loro. L’impegno in cucina di quest’ultimo, per il pagamento di quella giovane, ferita e piena di cicatrici, sia nel corpo che nello spirito, che ha troppa fame per rifiutare di concedersi ancora. È una prostituta di quelle a buon mercato. Di quelle che vengono svilite ancora più delle altre. Perché non si dà via per soldi, ma per miseri pasti.

Ha lo stomaco stravolto dalla fame, ma riesce comunque a sentire il richiamo del bambino.

Pochi metri di percorso e a salire tocca ad un cameriere e ad un vecchio venditore di ombrelli.

Due vite straziate, anche le loro. Il primo è filippino e si chiama Noel, ma nella casa in cui presta servizio si è deciso che dovrà chiamarsi Filippo. Il secondo è claudicante e si affida alle previsioni meteo sul cellulare che gli ha lasciato il figlio, per trascinarsi in giro con un mucchio di ombrelli appesi al braccio. Quel giorno è andato male.

Si avvicinano al bambino anche loro. Anche loro stupiti dalla meraviglia inaspettata di quella scoperta.

Sale William, il clandestino che vive di espedienti. Tutti i giorni fa in modo di avere una carota con sé, per quel coniglio che non è stato in grado di ammazzare per sfamarsi e che – adesso – è una specie di animale da compagnia. È finito lì dopo peripezie indicibili. Cerca sua sorella e non immagina nemmeno di averla appena trovata.

Quando il tram arresta la sua corsa per l’ennesima volta, sale un mago. “Io sono mago”, “Guarda mani”, continua a ripetere buffo; in quella lingua elementare che sembrava essersi inventato, senza aggiungere articoli, né tempi verbali.

È finito su quel tram dopo aver trascorso tutta la giornata della Vigilia ad esibirsi tra i tavolini dei bar e dei ristoranti , che approfittavano della giornata calda di dicembre per allargarsi sui marciapiedi.

Quelle esibizioni era ciò che rimaneva della sua carriera di mago, degli applausi e degli apprezzamenti a non finire, prima che l’Alzheimer arrivasse a stralunargli la vita. Non riusciva più a rammentare i suoi trucchi. Non sarebbe stato in grado di ricordare nemmeno la sua fermata, non fosse stato per quel 8 scritto sul dorso della valigia con dentro tutte le sue cianfrusaglie. Si costringeva a tenerla in grembo, per non dimenticarla.

Le porte si aprono di nuovo, sale un’infermiera.

Anche lei scorge il bambino e quel gruppetto insolito di persone, tutto intorno.

È in quel tram, di ritorno da una giornata dolorosa. La signora anziana di cui si occupava è venuta a mancare e le ha lasciato un libro come regalo.

“Il Canto di Natale” di Dickens. A significare come tutto sia sempre possibile.

Leggevano spesso insieme. Lei leggeva; per meglio dire. Ad alta voce, seduta su una poltrona accanto al letto, dove l’amica alle volte era troppo sofferente persino per ascoltare.

L’anziana le aveva fatto promettere di proteggere i suoi libri, ma era stata costretta a rispondere con una bugia a fin di bene.

Non aveva spazio in casa, per potersene prendere cura. Aveva potuto portar via con sé solo quell’ultimo regalo.

Un regalo inaspettato; in realtà. Ancora non si spiegava come aveva fatto, il libro, a spostarsi dallo scaffale alto della libreria al comodino.

Un regalo inaspettato; proprio come quel bambino.

L’Infermiera conosceva la storia della madre giovanissima e della sua vita per strada, passata sotto una pensilina del tram, nascosta dietro una barriera di cartone. Conosceva la giovane madre e l’anziana mendicante, che era solita tenerle compagnia. L’unica ad avere il permesso di avvicinarsi a lei e al pancione.

Pensava di sapere come quel bambino fosse finito lì dentro, infagottato dentro una coperta. Si assicurò che stesse bene.

Rimasero tutti concentrati su di lui e sui suoi movimenti incerti, fino a sorprendersi di non trovarlo più.

Una storia intensa. Ricca di vita vera e di vita straziante. Traboccante di speranza.

Perché, anche nel colmo della disperazione, anche nella periferia più periferica e malridotta, anche nelle giornate più deludenti, c’è sempre qualcosa che può risvegliare il bisogno di credere.

Credere in Dio. Credere nei suoi disegni, spesso troppo contorti. Credere nel prossimo.

Potrebbe essere la magia del Natale, lo spirito e il clima imprescindibile della festa. Potrebbe essere, ma… non è solo questo.

L’AUTORE:

Giosuè Calaciura (Palermo, 1960) è un giornalista e scrittore italiano. Collabora con Rai Radio3. I suoi racconti sono apparsi in diverse raccolte. Ha pubblicato i romanzi: Malacarne (1998), Sgobbo, Premio Selezione Campiello (2002), La figlia perduta. La favola dello slum (2005), Urbi ed Orbi (2006), La penitenza (2016), il saggio Pantelleria, ultima isola (2015). Con Sellerio editore Palermo: Bambini e altri animali (2013) e Borgo Vecchio (2017).

Alla prossima!

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