“Due racconti” di Sergio Tardetti

«Non un cambio di genere, ma una continuità».

Queste le prime parole con cui è stato presentato a Gubbio “Due racconti”, il nuovo libro di Sergio Tardetti edito da Bertoni Editore.

Due Racconti - Sergio Tardetti

Ricorderete il Post in cui vi ho parlato con entusiasmo della sua prima raccolta di poesie: “Ritratti di sconosciuti”

Ritratti di sconosciuti - Due racconti - Sergio Tardetti - Bertoni Editore

Stavolta, l’Autore torna a farsi leggere con qualcosa di diverso.

«Più che raccontare brevemente un’emozione, come si fa con la poesia, che condensa tutto, ho voluto raccontare delle storie di personaggi. Poter giocare con la fantasia nelle descrizioni»; spiega.

Quindi, proprio per rispondere alla domanda muta dei presenti che – fino a quel momento – lo avevano apprezzato unicamente in veste di Poeta, Tardetti si appresta ad aggiungere: «Il racconto permette all’autore di espandere  la narrazione e di sviscerare le situazioni raccontate, in modi che la poesia non consente. Mi sono approcciato al genere affidandomi ogni volta alle prime parole che sono arrivate alla mente per gli inizi delle storie. Mi piace l’idea di lasciarmi condurre da queste, insieme alla fantasia, e vedere dove riusciranno a portarmi. Associo alla scrittura di racconti la mia passione per il cinema, nello stare a vedere in che modo riuscirò a descrivere le scene che si producono nella mia mente».

Il più delle volte, anche se non sempre, è la realtà intorno a regalare gli spunti giusti: «Nel racconto la storia è inventata, anche se nasce da frammenti di vicende realmente accadute. Talvolta, l’autore si ritrova a mettere su carta qualcosa che gli è stato detto, o che ha vissuto».

Nel caso di “Due racconti” l’ispirazione data dalla realtà è da ritrovarsi, più che altro, in alcuni luoghi che l’Autore ricorda essere appartenuti al suo periodo di studi all’università.

«Ho raccontato di aspetti che non mi appartengono caratterialmente. Però mi è piaciuto affrontare questi due racconti, perché nati pensando alle presentazioni di libri e allo scrivere in genere».

Il libro ha un titolo forse scontato, ma onesto. Tra le pagine, ogni racconto ha poi un titolo suo: «Mi sembrava giusto non creare false aspettative nei lettori, presentato i due racconti sotto un titolo comune che poi – magari – non sarebbe riuscito a rappresentare entrambi a dovere».

Con la scrittura come filo conduttore, il primo racconto “Ne uccide meno la spada” nasce dall’idea di ciò che potrebbe accadere se, nel bel mezzo della presentazione di un libro, qualcuno dei presenti si alzasse in piedi e – rivolto all’autore – urlasse: “Questo libro non lo hai scritto tu, è mio!”.

«Mi sono ritrovato a domandarmi, insieme al protagonista della storia (che non ha nome, perché racconta in prima persona), se paghi di più una vita basata sull’onestà, o una vissuta in disonestà…», accenna l’Autore.

Nel secondo racconto “L’opera”, invece, il lettore fa la conoscenza di Davide Canossa.

«La storia riguarda ciò che ogni scrittore sogna di scrivere; l’opera in grado di essere ricordata. E racconta di come, talvolta, alle prese con sogni del genere, si possa finire per ingannare un po’ troppo se stessi e anche gli altri».

Davide è un bravo oratore. Bravissimo a far credere, a chiunque lo ascolti, di aver scritto testi talmente buoni da non essere più in circolazione per merito di un “tutto esaurito” della prima tiratura arrivato in fretta e per via delle ristampe perennemente in corso.

In realtà, Davide ha ben poca confidenza con le proprie parole su carta e fatica – non poco, talvolta – per arrivare alla fine del mese.

[…] Superata la soglia dei quaranta, senza un’occupazione stabile, senza una casa dove potersi ritirare quando scendeva la notte, non si poteva certo dire un autore di successo. […]

 […] Nonostante che, fino a quel momento, non avesse pubblicato nulla di rilevante, godeva, tra una ristretta cerchia di letterati e conoscenti, di una immeritata fama di saggista e poeta. Più che scriverle, preferiva parlare delle opere che aveva intenzione di comporre. Ne parlava con toni così appassionati che chi lo ascoltava aveva l’impressione che stesse parlando di poesie, romanzi e saggi già pubblicati da tempo… […]

«Arrivare alla fine di entrambi i racconti è stata (e continua ad essere per tutte le altre mie scritture del genere) la parte più dolorosa per me. Perché prima o poi la storia deve finire e bisogna lasciare andare i personaggi», ammette Sergio.

«Bisogna accettare che sia stato bello incontrarsi, che sia stato piacevole frequentarsi (una frequentazione grazie alla quale il personaggio è riuscito a raccontarsi all’autore, permettendo a quest’ultimo di scrivere di lui) e che quella frequentazione – ormai – sia giunta al termine. Il racconto è ciò che rimane a ricordo di quell’incontro, un po’ come fosse una vecchia lettera».

Grazie al libro, al lettore è permesso di venire a conoscenza di ciò che è stato tra Autore e Personaggi. Grazie al libro, il Lettore si ritroverà a domandarsi quanto ci sia di vero nelle parole, quando ci sia di vero nella narrazione. Per poi giungere, forse, alla conclusione che – in questo caso – è riportata nella foto di copertina…

«L’immagine di copertina ha delle originalità». Continuo a guardarla, mentre ascolto quel che rimane di una presentazione che – esattamente come per Ritratti di sconosciuti – è riuscita a rapirmi, parola dopo parola: «La fotografia è stata scattata da mia moglie Maria Teresa. Dopo diverse proposte grafiche, ci è sembrata una bella idea quella di utilizzare qualcosa del genere. La frase, vergata con la penna che si vede e che è quella che – di solito – ho con me in occasioni del genere, vuole essere una chiave di lettura del testo».

Aspetto la fine dell’incontro, per ritrovare quelle stesse scie di inchiostro a comporre una dedica particolare.

A Elisa e Patryk, giacché – con mio marito – eravamo insieme quel giorno…

dav

È stato lo spunto per affrontare la lettura di “Due racconti” in coppia. In momenti che, con il frusciare delle pagine in sottofondo, sono stati tanto brevi, quando speciali.

Siamo arrivati fino all’ultimo punto soddisfatti. Soddisfattissimi e sempre più curiosi, per quel che uscirà in futuro dalla penna e dalla fantasia di Sergio Tardetti.

“Quello che interessa e che resta al lettore sono le parole, i sentimenti e le emozioni”. Il retro di copertina è sincero, onesto a sua volta. Al lettore resta tanto e quel tanto è tutto ciò che conta.

«Mi sono domandato spesso perché scrivere, in un panorama letterario dove c’è tanto materiale in giro. C’è veramente bisogno di questo libro?». Sono le parole dell’Autore, a conclusione dell’incontro.

«Sono arrivato a pensare che, un po’ come tutti, scrivo con il desiderio di farmi conoscere. Non per la fama, piuttosto per il voler provare a raccontare in qualche maniera parti di me e della mia personalità che – diversamente – non uscirebbero allo scoperto. La scrittura è un modo speciale di mettersi in comunicazione con il prossimo. Poiché l’animo umano è un insieme di sfaccettature, scrivere – talvolta – aiuta a capirsi e farsi capire. Per quel che mi riguarda, è un arricchimento interiore – di aiuto anche nella lettura, per la comprensione dei mondi nati dalla fantasia di altri Autori – di cui non potrei fare a meno».

Toccata nel cuore, da ogni parola. Condivido appieno.

Alla prossima!

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