“L’ignoto ignoto” di Mark Forsyth

Ventisei pagine; note escluse.

Può un libricino piccino, piccino, picciò riuscire ad avere la grandezza dei capolavori di ben altre dimensioni? Conta davvero il numero di pagine, perché un libro possa essere considerato tale?

La risposta è affermativa nel primo caso e indubbiamente negativa nel secondo.

La certezza di non stare sbagliando si nutre dell’immensità delle parole di Mark Forsyth; autore che non conoscevo, prima di imbattermi per caso in questa sua perla, e che – tanto vale che io lo dica subito – ho adorato in questo suo tentativo assolutamente riuscito di far riflettere il lettore (e non solo).

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“L’ignoto ignoto” Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi.

È un omaggio indiscusso alla figura del libraio.

Per il suo essere indispensabile all’orientamento del lettore. Per la capacità di rimanere in disparte, mentre quest’ultimo girovaga tra gli scaffali del negozio. Per il riuscire comunque ad esserci; qualora venisse richiesto il consiglio e l’intervento istantaneo di tutta la sua esperienza e professionalità.

Il libraio e la sua buona libreria fisica sono, nell’immaginario comune e loro malgrado (credo), i protagonisti di una battaglia (a colpi d’acquisti) contro il www.

E questa società iper moderna è quel che pare voler procedere, senza ripensamento alcuno, nella direzione del: “Non c’è più tempo per fare nulla, figuriamoci scegliere con calma un libro, acquistarlo e leggerlo!”

In realtà… non sempre è così. E – come vale per qualsiasi altro ambito o sfera d’interesse che non sia il leggere e la lettura – le cose potrebbero andare esattamente (o in buona parte) nella maniera in cui si desidera.

Se il mondo moderno chiede sempre di correre, ci si può comunque fermare per riprendere fiato e lasciarsi catturare da ciò che non si stava inseguendo. Trovare il tempo per…

Concordo in pieno con Forsyth che, riguardo al boom tecnologico nel quale ci siamo catapultati da qualche anno a questa parte, dice chiaramente: “Immagino che a questo punto dovrei mettermi a criticare questo nostro tempo in cui si è perso il contatto umano e il mondo sta andando a rotoli. Ma proprio non ce la faccio. Internet è troppo comodo. Forse la vita era più sana quando tutto si faceva di persona. Ma ci voleva anche molto più tempo. E poi si tratta di una falsa nostalgia che è sempre esistita. Quando apparvero i primi libri in brossura c’era chi li detestava. E ho il sospetto che ai tempi in cui Gutenberg inventò la stampa nel XV secolo i monasteri fossero zeppi di monaci che si lamentavano perché la Bibbia stampata mancava del tocco umano. Probabilmente, se tornassimo indietro al 3000 avanti Cristo incontreremmo un egiziano che si lagna perché i geroglifici sono stati brutalmente soppiantati dalla nuova moda della scrittura ieratica. Non c’è mai fine”.

Quindi, mi ritrovo ad elargire al suo pensiero un enorme applauso metaforico, nel momento in cui lo ritrovo ammettere: “Internet è un’invenzione meravigliosa e non scomparirà. Se sai cosa vuoi, internet te lo trova. La mia tesi, quella intorno a cui gira tutta la mia argomentazione, è che ottenere quello che già sapevi di volere non è sufficiente. Le cose migliori sono quelle di cui non conoscevi l’esistenza fino al momento in cui non le hai avute. Internet accoglie i tuoi desideri e te li risputa addosso, soddisfatti. Fai la ricerca, inserisci le parole che già conosci, le cose che già avevi in mente e la Rete ti restituisce un libro, un’immagine, una voce di Wikipedia. Ma questo è tutto. Le cose che non sai di sapere le trovi altrove”. Si parla, dunque, di ignoto ignoto.

Mark Forsyth confessa di essersi ispirato a Donald Rumsfeld nell’elaborare questa sua opinione sull’importanza delle buone librerie.

[…] “Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che sappiamo di non sapere. Ma c’è anche l’ignoto ignoto, cioè le cose che non sappiamo di non sapere.”

Per ragioni che non capirò mai, c’è gente che di fronte a frasi come questa resta perplessa. Anzi, le ridicolizza. Ma in realtà questa frase è tutt’altro che sconcertante. Io so che Parigi è la capitale della Francia, ma la cosa più importante è che so di sapere che è la capitale della Francia. Io so di non sapere qual è la capitale dell’Azerbaigian, pur essendo certo che ce n’è una. È il tipo di cosa che devo controllare. Ma io non so… e qui la faccenda si complica. Tu non sai qual è la capitale dell’Erewhon, perché non sospetti neppure lontanamente l’esistenza di un paese chiamato Erewhon e dunque non ti rendi conto di questo buco nelle tue conoscenze. Non sai di non sapere.

Per i libri funziona esattamente allo stesso modo. So di aver letto Grandi speranze: questa è – per così dire – una ‘conoscenza nota’. E so di non aver letto Guerra e pace: e questa è per me una ‘non conoscenza nota’. Ma ci sono anche i libri di cui non ho mai sentito parlare; e, non avendone mai sentito parlare, non mi rendo neppure conto di non aver letto. […]

Ecco, allora, entrare qui in gioco l’importanza delle Buone Librerie e del perché potrebbe essere bellissimo varcare di tanto in tanto la soglia di questi luoghi speciali, con la sola consapevolezza di andare incontro a ciò che non si conosce e lasciarsi conquistare.

“Ci sono tre tipi di libri: quelli che hai letto, quelli che sai di non aver letto e gli altri: i libri che non sai di non conoscere.”

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E anche a questo riguardo io e Forsyth ci ritroviamo in completo accordo: “Leggere una frase aprendo a caso un libro produce sempre una strana sensazione, e sembra quasi che debba significare qualcosa”.

 

La Buona Libreria è quel luogo fisico in grado di regalare calore, come Internet non sarà mai in grado di fare. È quel posto speciale, capace di trovare una risposta anche per le domande che non si sapeva di avere nascoste in mezzo ai pensieri. È quel ambiente accogliente e pieno di scaffali, dove si può essere certi di trovare sempre qualcosa in grado di convincere le emozioni recondite ad uscire allo scoperto; di trovare il libro giusto per quel dato momento.

“Una Buona Libreria è una stanza (o due) dove puoi trovare ciò che neppure sapevi di volere, e dove i desideri possono espandersi all’infinito”.

Provare; per credere.

Alla prossima!!!

Buone (ignote) letture.

Un pensiero riguardo ““L’ignoto ignoto” di Mark Forsyth

  1. Sono sicuramente in sintonia con lo spirito ma assolutamente in disaccordo sui dettagli.

    La nostalgia non è falsa, è verissima. Sì, è sempre esistita e sempre si rinnoverà, su basi spesso poco solide, ma esiste in quanto siamo affezionati a qualcosa, indipendentemente che sia la cosa migliore o meno, quindi se mai direi che la nostalgia è una falsità, in quanto sensazione affettiva e quindi poco obiettiva ma molto istintiva, vera, profonda.
    E quello che non sappiamo di non sapere è sparso anche per il “www” ed anche in fatto di libri: la maggior parte delle letture che ho fatto ed amato negli ultimi anni sono libri che ho visto citare da amici e conoscenti su qualche social o in qualche articolo che ho letto sempre perché consigliato da amici o su qualche sito (che non parla prettamente di libri, quindi scovato inaspettatamente) che seguo.
    Aggiungo anche che nella libreria dove riesco a capitare più facilmente non regnano né empatia né discrezione, quindi benvenga il freddo web.

    Devo anche ammettere che, nonostante tutto questo, continuo a sentire che una libreria sia un posto più piacevole del non-luogo web ma per motivi più sentimentali che effettivi… insomma, più per vera nostalgia 😜 che per opinabili motivi.

    N.B. tutto ciò non lo scrivo per criticare o attaccare lo scritto di Forsyth o il tuo entusiasmo per esso ma solo per mostrare un punto di vista totalmente diverso se pur guidati dalla stessa emozione di base: quanto è bello innamorarsi di un libro!

    E… assolutamente hai ragione Elisa, un piccolo scritto può valere quanto un grande scritto, sai che amo le piccole cose e le ritengo preziose e se questo piccolo libro ti ha emozionata vuol dire che è sicuramente prezioso! 😉

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