#Recensione: “Il giardino dei Van Hoboken” di Cristina Tagliabue

Comincerò col dire… #Grazie!!!

Grazie infinite a Cristina, per avermi permesso di vivere per un po’ dentro ad uno dei suoi bellissimi mondi di parole. E grazie mille ad Alessia – sua amica – per avermi notata gironzolare per Instagram e per aver pensato che potesse valere la pena contattarmi per una #Collaborazione (Tu sai… la stima è reciproca)!

Ma veniamo alla storia…

Forse il dire “L’ho letta d’un fiato” potrebbe indurre a pensare che sia stato così perché si tratta di una storia breve.

In realtà, anche fosse stata di 800 pagine, anziché 80, l’avrei divorata ugualmente in pochissimo tempo.

La penna di Cristina è una penna abile nel narrare.

Sin dalle prime parole, ho sentito l’abbraccio bello del suo racconto e il desiderio di non uscire più dalle sue pagine.

È l’alba di una mattina di inizio novembre quando suona la sveglia nell’appartamento di via dei Cipressi. La pioggia torrenziale ha tenuto in scacco la notte abbattendosi sulle tegole dei tetti sospinta da violente raffiche di vento. Una notte da lupi.

Il suono della sveglia la strappa da un sonno agitato ed è quasi una liberazione. A nulla è servito il soporifero romanzo medievale tenuto sul comodino per situazioni come questa e forse ha confuso la tisana al timo con caffè nero…

Inizia così “Il giardino dei Van Hoboken” di Cristina Tagliabue.

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Giulia è una vivaista.

Dopo un passato trascorso a svolgere diversi altri lavori per potersi mantenere, ha finalmente trovato impiego presso un importante vivaio della città ed ora è nervosa all’idea che a lei – proprio a lei! – sia stato affidato quell’incarico; su cui non avrebbe scommesso un centesimo sul fatto di poterlo ottenere.

I Van Hoboken sono una coppia ormai in pensione, trasferitasi in Italia dalla Provenza da qualche mese e ancora un po’ spaesati nel ritrovarsi ad avere a che fare con abitudini per nulla simili alle loro.

Tanto per cominciare, adorano le colazioni lunghe e abbondanti.

Scusami Giulia ma conosco la frettolosa colazione della maggior parte degli italiani. Non dirmi che un goccio di latte e un biscotto ti tengono in forze fino a pranzo!”, le dice la signora Harriët; invitandola al loro tavolo pieno di salame, formaggio, uova strapazzate, pane tostato, marmellata e succo d’arancia.

Il marito, Mathijs, si ritrova ad osservare la scena divertito.

Giulia riconosce immediatamente i due, che le è capitato di incontrare diverse volte al vivaio.

Non è certa che il suo capo abbia piena fiducia in lei e nelle sue capacità, ma è felice di ritrovarsi a progettare quel giardino.

Immagina rose fiorite nella zona centrale e piante d’ulivo per la parte terminale. Quindi, la semina di bulbi di diverse tipologie ai lati, per giocare un po’ con i colori e con i diversi periodi di fioritura.

Anche se l’insicurezza, talvolta, la colpisce ancora… è grata di quell’opportunità.

E sembra filare tutto perfettamente liscio, con le colazioni abbondanti che non sempre sono tanto difficili da mandare giù come lo era stato la prima volta, quando una mattina di primavera Giulia si accorge che nella fila di bulbi appena interrati c’è un buco.

Non un buco qualsiasi. Nemmeno un buco che possa essere stato opera di qualche animale dispettoso. In effetti, il buco che Giulia trova sul terreno è piuttosto particolare e pare essere l’uscita di uno spiffero d’aria gelida.

[…] Giulia si inginocchia e avvicina il viso per guardare attraverso il buco. Si accorge che è incredibilmente profondo, troppo profondo per essere lo stesso che ha fatto lei qualche tempo prima. Il bulbo poi è lì, sospeso a mezz’aria… sottoterra.

«Si è mai visto un tulipano farsi beffe di un umano? Coraggio bello, è ora di tornare a casa!»

Affonda il braccio fino al gomito e lo afferra, ma anziché riportarlo in superficie è il bulbo che trascina dentro lei. Inghiottita dalla terra è in caduta libera, sempre più veloce, sempre più a fondo…[…]

Rocce, acqua, arbusti, felci ovunque e, almeno in apparenza, nessun segno di civilizzazione.

Giulia ripesca tra i vecchi ricordi di scuola, fino a trovare quello che sembra fare proprio al caso suo.

Un tempo era appassionata di periodi storici e, prima ancora di scoprirsi ad amare la natura e le piante con tutta se stessa, si era immaginata diventare un’archeologa famosa.

Che le piaccia, o meno, è il Cretaceo il tempo in cui si trova e quello che le è appena comparso davanti agli occhi è proprio un triceratopo.

Giulia si ritroverà a vagare per un po’ da sola, domandandosi come mai un bulbo l’abbia condotta fin lì. Perché proprio lei.

Sarà l’incontro con un amico speciale non umano, Felice, ad aiutarla a chiarire molte idee e ad indicarle la strada giusta per tornare a casa.

[…] «Giulia, sei qui per imparare. Nient’altro. Non devi combattere nemici, trovare tesori, compiere missioni. No, la missione è nel tuo secolo. Dovete riscoprire il profondo legame che vi lega alla natura. Dovete farvi carico delle condizioni dell’ambiente in cui vivete, anche nei confronti delle prossime generazioni. I vostri figli e nipoti non erediteranno un Pianeta vivibile se continuate di questo passo. Hai avuto la possibilità di passare del tempo in questo remoto periodo della storia, tornando serba il ricordo di questa esperienza. Il cambiamento è possibile ed è in mano a ragazze e ragazzi come te». […]

D’accordissimo con Felice.

Ho continuato a leggere l’avventura di Giulia sottoterra, con la curiosità di scoprire cosa ci sarebbe stato ad attenderla una volta tornata in superficie.

Non posso dire di più.

Ho terminato il mio viaggio insieme a lei, felicissima di aver vissuto questa piccola, grande esperienza di lettura e speranzosa all’idea che – chissà – magari in un futuro non troppo lontano, le vicende legate a questa ragazza in gamba possano essere materiale buono per nuove storie.

Auguro a Cristina tantissima ispirazione e a voi, amici lettori, la voglia di scoprire di cosa sto parlando.

#BuoneLetture e… buona domenica.

Alla prossima!!! …#StayTuned!

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